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Ogni azienda che manipola, stocca o utilizza sostanze infiammabili – gas compressi, liquefatti, polveri combustibili – ha l’obbligo di valutare il rischio di formazione di atmosfere esplosive. Non è un adempimento solo per impianti chimici o raffinerie: un semplice deposito di bombole per uso industriale o l’area di ricarica del muletto elettrico possono generare atmosfere potenzialmente esplosive. In questo articolo, basandoci sulla nostra esperienza diretta di valutazioni ATEX condotte sul campo, illustriamo la metodologia e i ragionamenti tecnici che stanno dietro a una classificazione delle zone fatta seriamente, con riferimenti normativi aggiornati e prescrizioni operative concrete.
Contenuti dell’articolo
- Cos’è il Rischio ATEX e Chi è Obbligato
- Le Novità della CEI EN IEC 60079-10-1:2023
- Metodologia di Valutazione del Rischio: l’Approccio INAIL
- Caso 1: Deposito Bombole Gas Infiammabili
- Caso 2: Ricarica Muletto Elettrico
- Misure di Prevenzione e Protezione: Checklist Operativa
- Domande Frequenti sulla Valutazione Rischio ATEX
- E le Polveri? Il Rischio che Sembra Innocuo
Questa è una guida pratica con casi reali. Se cerchi il servizio di valutazione ATEX per la tua azienda — classificazione delle zone, Documento sulla Protezione Contro le Esplosioni (DPCE) e consulenza — vai alla pagina Valutazione del Rischio ATEX.
Cos’È il Rischio ATEX e Chi È Obbligato
L’acronimo ATEX deriva dal francese ATmosphères EXplosibles e identifica il quadro normativo europeo per la protezione contro le esplosioni. In Italia, il riferimento legislativo principale è il Titolo XI del D.Lgs. 81/2008 (articoli 287-297), che recepisce la Direttiva 1999/92/CE.
Il Datore di Lavoro ha l’obbligo di:
- Valutare il rischio di formazione di atmosfere esplosive
- Classificare i luoghi pericolosi in zone ATEX
- Redigere il Documento sulla Protezione contro le Esplosioni (art. 294)
- Adottare misure tecniche e organizzative adeguate
- Garantire che le attrezzature installate nelle zone classificate siano conformi alla Direttiva 2014/34/UE (ATEX Prodotti)
L’RSPP è la figura che, nella pratica, deve assicurarsi che questa valutazione venga eseguita correttamente, aggiornata e tradotta in procedure operative per i lavoratori.
Un aspetto spesso sottovalutato: l’obbligo non dipende dalla dimensione dell’azienda, ma dalla presenza di sostanze che possono formare miscele esplosive con l’aria. Anche un piccolo deposito bombole o un’officina con un solo muletto elettrico possono richiedere la classificazione ATEX.
Le Novità della CEI EN IEC 60079-10-1:2023
La norma CEI EN IEC 60079-10-1:2023 (CEI 31-87) ha sostituito definitivamente la versione 2016 a partire dal 23 gennaio 2024. Si tratta di un aggiornamento significativo che introduce cambiamenti importanti nella classificazione delle aree con pericolo di esplosione per la presenza di gas.
Le principali novità:
- Distanza minima pericolosa: 1 metro – La nuova norma non ammette più distanze pericolose inferiori a 1 m. In precedenza, per emissioni molto piccole, era possibile calcolare distanze di pochi centimetri.
- Eliminazione del coefficiente k di sicurezza – Il coefficiente moltiplicativo che veniva applicato alla portata di emissione non è più previsto, semplificando il calcolo.
- Nuovo Annex D semplificato – La metodologia di calcolo per la determinazione delle distanze pericolose è stata rivista con un approccio più diretto.
- Gas ad alta pressione (> 20 bar) – Per gas a pressioni superiori a 20 bar, non è più possibile assegnare automaticamente zone NE (estensione trascurabile) senza una valutazione dettagliata del regime di efflusso.
Quest’ultimo punto è particolarmente rilevante per chi gestisce bombole di metano e idrogeno a 200 bar: la classificazione richiede il calcolo completo della portata di emissione in regime sonico, con risultati molto diversi rispetto ai gas a bassa pressione.
Metodologia di Valutazione del Rischio: l’Approccio INAIL
Per quantificare il rischio ATEX utilizziamo la metodologia qualitativa INAIL, che esprime il rischio come prodotto di due fattori:
R = P × D
dove:
- P (Probabilità) = PSE × PINN, ovvero la probabilità che si formi un’atmosfera esplosiva (legata alla zona) moltiplicata per la probabilità che sia presente una sorgente di innesco efficace
- D (Danno) = CLzone + Lesp + Kexp + Fvz + Fc, ovvero un indice composito che tiene conto della classificazione della zona, dell’esposizione dei lavoratori, della pericolosità intrinseca del gas, del volume della nube esplosiva e del grado di confinamento dell’ambiente
La scala di rischio risultante:
- 1 ≤ R ≤ 2: Rischio trascurabile
- 2 < R ≤ 4: Rischio basso
- 4 < R ≤ 9: Rischio medio
- 9 < R ≤ 16: Rischio alto
Questa metodologia ha il vantaggio di essere sistematica e riproducibile: ogni parametro ha una scala definita e criteri oggettivi di attribuzione, il che rende la valutazione difendibile anche in sede di verifica da parte degli organi di controllo.
Caso 1: Deposito Bombole Gas Infiammabili
Lo scenario
Pensiamo a uno scenario molto comune nel settore dei gas industriali: un deposito coperto con pareti in calcestruzzo e compartimenti separati, dove vengono stoccate bombole di gas per uso industriale. In un deposito tipico possiamo trovare una combinazione di gas con caratteristiche molto diverse tra loro:
- Gas a bassa pressione – come acetilene (disciolto, ~15 bar) o propano (liquefatto, ~7-8 bar). L’acetilene è leggermente più leggero dell’aria, mentre il propano è più pesante (densità relativa ~1.5) e tende ad accumularsi in basso.
- Gas compressi ad alta pressione – come metano o idrogeno a 200 bar. L’idrogeno in particolare è il gas più leggero esistente (densità relativa 0.07) e ha il range esplosivo più ampio (LEL 4%, UEL 75%).
- Gas inerti e comburenti – come argon, CO2, miscele inerti e ossigeno. Non formano atmosfere esplosive, ma richiedono comunque una valutazione specifica per la separazione dalle bombole di gas infiammabili.
La sfida: gas con comportamenti opposti
La situazione diventa tecnicamente interessante quando nello stesso deposito coesistono gas con comportamenti fisici diametralmente opposti:
- I gas pesanti (come il propano), in caso di rilascio tendono a stratificarsi al livello del pavimento e ad accumularsi nelle zone basse, nelle fosse, lungo i gradini
- I gas leggeri (come l’idrogeno), al contrario, risalgono rapidamente verso l’alto e si disperdono attraverso qualsiasi apertura in copertura
- I gas ad alta pressione (tipicamente 200 bar) in caso di perdita dalla valvola generano un efflusso in regime sonico (la velocità del gas raggiunge quella del suono nella sezione di passaggio), con portate volumetriche molto superiori rispetto ai gas a bassa pressione
Come si calcolano le emissioni
Per ogni gas presente nel deposito, il tecnico deve calcolare la portata caratteristica di emissione ipotizzando una perdita dalla valvola della bombola (sorgente di emissione di secondo grado, cioè evento non previsto durante il funzionamento normale). Il calcolo si basa sulle equazioni di efflusso da orifizio, tenendo conto della pressione interna, della temperatura ambiente, delle proprietà del gas e della sezione di passaggio ipotizzata.
Il punto chiave è la differenza tra flusso subsonico e sonico:
- I gas a bassa pressione (sotto i 20 bar) generano un efflusso subsonico, con portate volumetriche relativamente contenute e distanze pericolose contenute
- I gas ad alta pressione (oltre 20 bar, tipicamente 200 bar nelle bombole standard) superano il rapporto critico di pressione e generano un efflusso in regime sonico, con portate volumetriche enormemente superiori e distanze pericolose che possono essere significativamente maggiori
Per dare un ordine di grandezza: a parità di sezione di passaggio, la portata volumetrica di un gas a 200 bar può essere decine di volte superiore a quella di un gas a pochi bar. Questo è il motivo per cui la norma 2023 ha introdotto regole più restrittive per i gas ad alta pressione, eliminando la possibilità di assegnare zone NE senza calcoli dettagliati.
Classificazione e prescrizioni
In un deposito di questo tipo, con porta sempre aperta e aperture in copertura che garantiscono una ventilazione naturale di efficacia media e disponibilità buona, la classificazione tipica è Zona 2 internamente, con un’estensione esterna determinata dal gas con la distanza pericolosa più sfavorevole tra quelli a bassa pressione.
La prescrizione operativa chiave riguarda il posizionamento strategico delle bombole in funzione della densità relativa del gas:
- Gas leggeri e ad alta pressione (idrogeno, metano) → compartimenti in fondo al deposito, lontano dalla porta. In caso di perdita, il gas risale verso la copertura e si disperde attraverso le aperture superiori.
- Gas pesanti (propano, GPL) → compartimenti vicino alla porta. In caso di perdita, il gas si accumula al livello del pavimento e viene evacuato attraverso la porta aperta a livello del suolo.
- È buona prassi non posizionare bombole ad alta pressione vicino all’ingresso del deposito.
Questa disposizione, apparentemente semplice, riduce significativamente l’estensione della zona pericolosa esterna, perché le bombole con la distanza pericolosa maggiore (alta pressione) sono lontane dall’apertura.
Con questa configurazione, unita all’assenza di impianti elettrici nel deposito (nessuna sorgente di innesco) e alla buona ventilazione naturale, il rischio calcolato secondo la metodologia INAIL risulta trascurabile. Un risultato che dimostra come misure preventive semplici e ben ragionate possano essere estremamente efficaci.
Caso 2: Ricarica Muletto Elettrico – Il Rischio che Nessuno Considera
Lo sapevate che il vostro muletto genera idrogeno?
Questo è probabilmente il caso ATEX più diffuso e più sottovalutato nelle aziende italiane. Ogni muletto elettrico con batterie al piombo-acido, durante la fase di ricarica, genera idrogeno per elettrolisi dell’acqua contenuta nell’elettrolita:
2H2O → 2H2 + O2
L’idrogeno è il gas più pericoloso in termini di esplosività: ha il range esplosivo più ampio di qualsiasi gas (LEL 4%, UEL 75%) e appartiene al Gruppo IIC, il più restrittivo per le attrezzature ATEX.
Calcolo dello sviluppo di idrogeno
La portata di idrogeno sviluppato durante la carica di una batteria al piombo-acido si calcola con la formula della CEI EN 62485-3:2016:
QH2 = v × n × Igas × Crt × 10-3 [m³/h]
dove:
- v = 0.42 × 10-3 m³/Ah (volume di idrogeno generato per Ah – costante)
- n = numero di celle della batteria (es. 24 celle per un sistema a 48V)
- Igas = corrente di gassificazione, tipicamente il 40% della corrente nominale di carica per caricabatterie non regolati
- Crt = fattore di correzione per la temperatura (1.0 a 25°C)
Per un muletto da 2 tonnellate con batteria 48V e capacità nell’ordine di 500-700 Ah (configurazione estremamente comune), lo sviluppo di idrogeno durante la carica è tipicamente compreso tra 0.3 e 0.6 m³/h. Non è un valore enorme, ma l’idrogeno ha un LEL del 4%, quindi la ventilazione necessaria per restare sotto il 25% del LEL può arrivare a 30-60 m³/h.
In un ambiente esterno completamente aperto, la ventilazione naturale supera ampiamente questi valori. L’idrogeno, essendo estremamente leggero (d = 0.07), si disperde rapidamente verso l’alto senza accumularsi.
Classificazione e risultato
Quando la ricarica avviene completamente all’esterno (all’aperto, senza copertura), la classificazione tipica è Zona 2 NE (estensione trascurabile), con una distanza pericolosa di 0.5 m dalla sommità della batteria in tutte le direzioni, come previsto dalla CEI EN 62485-3:2016.
Il rischio risultante, calcolato con la metodologia INAIL, è trascurabile – il livello più basso della scala. Ma attenzione: questo risultato vale solo nelle condizioni descritte.
Attenzione: gli errori più comuni
Il risultato è trascurabile in questo caso specifico perché la ricarica avviene all’esterno. La situazione cambia drasticamente se il muletto viene ricaricato in un locale chiuso o semi-chiuso:
- Ricarica in magazzino chiuso: l’idrogeno può accumularsi sotto il soffitto e raggiungere concentrazioni pericolose, specialmente se il locale non ha aperture in alto. In questo caso la classificazione sale a Zona 2 con estensione significativa.
- Ricarica in locale interrato o seminterrato: situazione ancora più critica, da evitare se non adeguatamente ventilata meccanicamente.
- Scollegamento della batteria durante la fase finale di carica: la fase finale è quella con il massimo sviluppo di idrogeno. Scollegare la batteria in quel momento può generare una scintilla in prossimità della massima concentrazione di gas.
- Tappi delle celle chiusi: per le batterie tradizionali (non sigillate), i tappi devono rimanere aperti durante la carica per consentire il rilascio del gas. Lasciarli chiusi crea sovrappressione nella cella.
Misure di Prevenzione e Protezione: Checklist Operativa
Indipendentemente dal livello di rischio calcolato, la valutazione ATEX deve tradursi in misure concrete. Ecco una checklist operativa derivata dai nostri casi reali.
Misure tecniche
- □ Garantire la ventilazione naturale o meccanica adeguata nelle zone classificate
- □ Mantenere le aperture di ventilazione sempre libere da ostruzioni (porte, griglie, aperture in copertura)
- □ Assenza di sorgenti di innesco nelle zone classificate (impianti elettrici, fiamme libere, superfici calde)
- □ Se presenti impianti elettrici in zona classificata: verifica conformità alla Direttiva 2014/34/UE
- □ Layout strategico: posizionamento delle sorgenti di emissione in funzione della densità del gas e dei percorsi di ventilazione
- □ Separazione tra gas infiammabili e comburenti (verifica distanze D.M. 03.02.2016)
- □ Area ricarica muletto: preferibilmente esterna o in locale con ventilazione adeguata e aperture in alto
Misure organizzative
- □ Formazione specifica ATEX per tutti i lavoratori esposti
- □ Segnaletica EX (triangolo con simbolo di esplosione) all’ingresso delle zone classificate
- □ Divieto di fumo e fiamme libere nelle zone classificate e nelle loro vicinanze
- □ Procedure operative scritte per la ricarica dei muletti (sequenza di collegamento/scollegamento, tappi celle)
- □ Registro di manutenzione e controllo delle misure di prevenzione
- □ Aggiornamento periodico della valutazione ATEX (ad ogni modifica dell’attività, del layout o delle sostanze presenti)
Attrezzature nelle zone classificate
Per la Zona 2, le attrezzature elettriche eventualmente installate devono essere almeno di:
- Categoria 3G (livello di protezione EPL Gc)
- Gruppo corrispondente al gas più restrittivo presente (IIC se presenti acetilene o idrogeno)
- Classe di temperatura adeguata al gas più critico presente (verificare sempre le schede di sicurezza)
Domande Frequenti sulla Valutazione Rischio ATEX
Chi deve fare la valutazione del rischio ATEX?
Il Datore di Lavoro, ai sensi dell’art. 290 del D.Lgs. 81/2008, ha l’obbligo di valutare i rischi derivanti dalla formazione di atmosfere esplosive. Nella pratica, la valutazione viene affidata a un tecnico competente (ingegnere o perito industriale) e l’RSPP ne verifica l’attuazione. L’obbligo riguarda tutte le aziende dove sono presenti sostanze infiammabili o polveri combustibili, indipendentemente dalla dimensione.
Ogni quanto va aggiornata la valutazione ATEX?
La valutazione deve essere aggiornata ogni volta che intervengono modifiche significative: cambiamento delle sostanze presenti, modifica del layout, nuove attrezzature, variazioni delle quantità stoccate o delle condizioni di ventilazione. Non esiste una scadenza temporale fissa, ma è buona prassi verificarne l’attualità almeno ogni 3-5 anni o in occasione di verifiche periodiche di prevenzione incendi.
Il mio deposito bombole ha bisogno della classificazione ATEX?
Sì, nella stragrande maggioranza dei casi. Anche se le bombole sono sigillate e le valvole chiuse, la norma CEI EN IEC 60079-10-1:2023 al §5.4 richiede di considerare le emissioni di secondo grado (guasti rari ma possibili delle valvole). Le bombole sigillate in sé non sono sorgenti di emissione, ma le loro valvole lo sono potenzialmente. La classificazione è necessaria per determinare le misure di protezione appropriate.
La ricarica del muletto elettrico richiede la classificazione ATEX?
Sì, se il muletto utilizza batterie al piombo-acido (le più comuni). Durante la ricarica, l’elettrolisi dell’acqua produce idrogeno, che è un gas estremamente infiammabile (Gruppo IIC). La norma di riferimento specifica è la CEI EN 62485-3:2016. Se la ricarica avviene all’esterno con buona ventilazione, la zona sarà tipicamente classificata come Zona 2 NE (estensione trascurabile). Se avviene in un locale chiuso, la classificazione sarà più restrittiva.
Cosa rischio se non ho il documento ATEX?
L’assenza del Documento sulla Protezione contro le Esplosioni costituisce una violazione dell’art. 294 del D.Lgs. 81/2008. Le conseguenze includono sanzioni amministrative e penali per il datore di lavoro, che possono essere aggravate in caso di infortunio o incidente. In sede di verifica da parte dei Vigili del Fuoco o dell’ASL, l’assenza del documento è una delle non conformità più frequentemente contestate.
Quali sono le zone ATEX (0, 1, 2) e cosa significano?
Per i gas (le polveri hanno zone 20, 21, 22):
- Zona 0: l’atmosfera esplosiva è presente continuamente o per lunghi periodi. Esempio tipico: interno di un serbatoio contenente liquido infiammabile.
- Zona 1: l’atmosfera esplosiva si forma occasionalmente durante il funzionamento normale. Esempio: vicinanza immediata di valvole di sfiato o punti di campionamento.
- Zona 2: l’atmosfera esplosiva non è probabile durante il funzionamento normale e, se si forma, ha breve durata. Esempio: la maggior parte dei depositi bombole ben ventilati, aree di ricarica batterie.
La zona determina la categoria minima delle attrezzature che possono essere installate nell’area: Zona 0 richiede Categoria 1 (massima protezione), Zona 2 richiede Categoria 3 (protezione base).
Che differenza c’è tra Direttiva ATEX 2014/34/UE e 1999/92/CE?
Sono due direttive complementari con finalità diverse:
- Direttiva 2014/34/UE (detta “ATEX Prodotti”) – riguarda i costruttori di apparecchiature destinate all’uso in atmosfere esplosive. Stabilisce i requisiti essenziali di sicurezza e le procedure di certificazione (marcatura Ex).
- Direttiva 1999/92/CE (detta “ATEX Luoghi di Lavoro”, recepita nel D.Lgs. 81/08 Titolo XI) – riguarda i datori di lavoro e stabilisce gli obblighi di classificazione delle aree, valutazione del rischio e protezione dei lavoratori.
In sintesi: la prima dice come devono essere fatte le attrezzature, la seconda dice come devono essere gestiti i luoghi di lavoro.
Servono attrezzature ATEX in Zona 2?
Sì, qualsiasi attrezzatura elettrica installata permanentemente in Zona 2 deve essere almeno di Categoria 3G (EPL Gc) conforme alla Direttiva 2014/34/UE. Tuttavia, se nella zona classificata non sono presenti impianti elettrici (come nel caso di molti depositi bombole), l’assenza di sorgenti di innesco riduce significativamente il rischio complessivo. È una delle soluzioni più semplici ed efficaci: eliminare le potenziali sorgenti di innesco dalla zona classificata.
Un deposito di bombole chiuse è esente dalla classificazione ATEX?
No. Un malinteso molto diffuso è che “se le bombole sono chiuse, non c’è pericolo”. La norma CEI EN IEC 60079-10-1:2023 §5.4 chiarisce che la bombola sigillata in sé non è una sorgente di emissione, ma la valvola della bombola è una potenziale sorgente di emissione di secondo grado (guasto imprevisto). Inoltre, durante le operazioni di movimentazione, collegamento e scollegamento, possono verificarsi rilasci transitori. La classificazione è quindi sempre necessaria.
Come si calcola lo sviluppo di idrogeno nella ricarica delle batterie?
La formula di riferimento è quella della CEI EN 62485-3:2016:
QH2 = v × n × Igas × Crt × 10-3 [m³/h]
dove v = 0.42 × 10-3 m³/Ah, n è il numero di celle, Igas è la corrente di gassificazione (tipicamente 40% della corrente nominale di carica per caricabatterie non regolati), e Crt è il fattore di correzione per la temperatura. Per i muletti 48V più comuni (batterie da 500-700 Ah), lo sviluppo di idrogeno è tipicamente compreso tra 0.3 e 0.6 m³/h. La ventilazione necessaria per restare sotto il 25% del LEL varia di conseguenza tra circa 30 e 60 m³/h.
E le Polveri? Il Rischio che Sembra Innocuo
In questo articolo ci siamo concentrati sulle atmosfere esplosive generate da gas (Zone 0, 1, 2). Ma il rischio ATEX non si ferma qui: esiste un intero mondo parallelo legato alle polveri combustibili (Zone 20, 21, 22), e per molti versi è ancora più insidioso.
Farine, zucchero, polvere di legno, granulati plastici, polveri metalliche, polveri farmaceutiche: materiali che sembrano del tutto innocui possono formare miscele esplosive con l’aria quando sono dispersi in concentrazioni sufficienti. E le esplosioni di polvere, quando avvengono, sono spesso più devastanti di quelle da gas, perché la prima esplosione solleva ulteriore polvere depositata che alimenta esplosioni secondarie a catena.
La classificazione delle zone per polveri segue la CEI EN IEC 60079-10-2 e richiede un approccio diverso: si ragiona in termini di granulometria, velocità di sedimentazione, parametri esplosimetrici (Kst, Pmax) e spessori degli strati di polvere depositata. Ne parleremo in dettaglio in un prossimo articolo dedicato.
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Vedi anche
Nelle zone ATEX la fulminazione è una sorgente di innesco rilevante. La valutazione del rischio fulminazione CEI EN IEC 62305 è uno strumento complementare alla valutazione ATEX per definire correttamente le misure di protezione integrate.
→ Servizio di Valutazione del Rischio Fulminazione CEI EN IEC 62305-2:2025
